Il mancato incasso del credito non giustifica l’omesso versamento Iva

L’ammministratore di una società non scampa la condanna per omesso versamento dell’Iva se invoca l’inadempimento di Trenitalia (cliente della società che da solo ne assorbe il 70% del fatturato) ma non prova di aver intrapreso iniziative giudiziarie per recuperare i propri crediti. È quanto emerge dalla sentenza n. 39503 del 29 agosto.
Condannato anche dal giudice di appello l’amministratore di una società per il reato previsto dall’articolo 10-ter, Dlgs n. 74/2000, relativo all’omesso versamento dell’Iva per l’anno d’imposta 2009.

a) di aver diffidato più volte la cliente senza intraprendere, tuttavia, azioni giudiziarie per evitare la perdita di commesse;
b) di non aver potuto eseguire alcun finanziamento a favore della società da lui gestita, essendone amministratore e non socio;
c) che il comportamento della cliente era stato imprevedibile e che, quindi, non ricorreva a suo carico l’elemento psicologico richiesto dalla norma per la configurabilità del reato.

La Corte ha rigettato il ricorso e ha precisato che l’imputato non aveva mai dimostrato che la crisi della società da lui amministrata era stata imprevedibile e repentina, né che lui, nella qualità di amministratore, aveva fatto tutto quanto nelle sue disponibilità per evitare l’omissione del versamento dell’Iva. I giudici di legittimità, infatti, hanno dato atto di una situazione ben diversa da quella prospettata, e cioè che la crisi era in corso dal 2010 (e, quindi, non era imprevedibile e repentina)e che non erano state intraprese azioni giudiziarie per il recupero dei crediti nei confronti di Trenitalia. In conclusione, l’amministratore non avrebbe potuto invocare l’inadempimento del creditore sociale come scriminate della sua condotta omissiva.

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